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Giorgio Bernasconi (1944-2010)

Giorgio Bernasconi è stato il fondatore e ideatore nel 1999 della Rassegna "Novecento passato e presente", poi chiamatasi "Novecento e presente" ed oggi "900 presente".
Per una decina di anni ha retto con entusiasmo ed energia le sorti di questa rassegna concertistica, in coproduzione tra Conservatorio della Svizzera italiana e Rete Due della Radiotelevisione svizzera, favorendo la conoscenza e la passione per la musica del 900 storico e contemporanea nei confronti di un gran numero di studenti che negli anni si sono diplomati presso il Conservatorio.

Nato a Lugano, Bernasconi si è diplomato in corno al Conservatorio G. Verdi di Milano. 
Ha proseguito gli studi presso la Hochschule für Musik di Friburgo in Germania dove ha studiato composizione con Klaus Huber e direzione d’orchestra con Francis Travis, diplomandosi nel 1976. 

Nello stesso anno diventa direttore del Gruppo Musica Insieme di Cremona, un ensemble specializzato nel repertorio moderno e contemporaneo tra i più rinomati in Italia in quegli anni.
Fino alla sua scomparsa, collabora con la grande cantante Cathy Berberian, con cui effettua concerti in Europa e all’estero.

Dal 1982, e per quasi vent’anni, è stato direttore principale dell’Ensemble Contrechamps di Ginevra, con il quale, oltre ad essere costantemente presente nelle più importanti sedi concertistiche europee, ha effettuato tournées in America latina, India, Giappone, Russia. 

Parallelamente a queste attività, inizia nel 1985 una collaborazione come direttore musicale e artistico con l’Accademia strumentale italiana di Parma, un’orchestra da camera prevalentemente impegnata nel repertorio del secondo settecento.
Ha diretto, come direttore ospite, diverse orchestre italiane e straniere quali l’Orchestra della Svizzera italiana, l’Orchestra Nazionale Belga, la Tokyo Symphony Orchestra, l’Orchestra Filarmonica di Radio France, l’Orchestra della RAI di Torino, la Verdi di Milano.
Con l’Orchestra Sinfonica “Arturo Toscanini” dell’Emilia Romagna, si instaura un lungo rapporto di collaborazione; è responsabile per il repertorio contemporaneo, e ha effettuato tournées in Giappone, Russia, Cina e America del Nord.

Dal 1999, presso il Conservatorio della Svizzera italiana, è stato responsabile artistico e musicale della rassegna “Novecento e presente”, di sua ideazione, e titolare dell’insegnamento di direzione d’orchestra per il repertorio contemporaneo.Dal 2007  ha insegnato ed è stato responsabile didattico del “Corso di perfezionamento per ensemble da camera sul repertorio del XX secolo” organizzato dall’”Accademia Teatro alla Scala” in collaborazione con la Regione Lombardia.

Giorgio Bernasconi è deceduto a Milano nel febbraio 2010. 

 




Giorgio Bernasconi:  il ricordo di Carlo Piccardi  (video)

 

“Novecento e presente”, la creatura di Giorgio Bernasconi va avanti, ma ora che ci ha lasciati, può procedere solo meditando sul suo esempio. L’esempio di un artista, l’esempio di un uomo. 

Mi è difficile distinguere le due componenti nel ricordarlo. In un momento come questo, che ci tocca come colleghi, come amici, in un momento che tocca soprattutto la famiglia (la moglie, i figli, i parenti, qui presenti, a cui rinnoviamo le nostre condoglianze) è l’umanità che si impone, il rapporto maturato in lunghi anni, personale, con noi, con la città d’origine in cui fu sempre presente a dare testimonianza della sua generosità. I valori di cui è stato portatore sono i caratteri umani, prima che quelli artistici. 

La sua sensibilità, la sua indefessa ricerca creativa sono stati sempre il motore del suo operare, ma mai vi sacrificò i valori di bontà, disinteresse, amicizia, gentilezza, responsabilità sociale, di solidarietà e di modestia. Il suo è stato principalmente un insegnamento morale. La moralità era anche il principio guida della sua pratica pedagogica, del suo far partecipe gli altri, i giovani, della sua esperienza. In questo senso il ricordo di Giorgio rimarrà il ricordo di un uomo prima ancora che di una musicista. 

In verità anche il suo valore di musicista dipendeva dalla componente umana, morale, nella misura in cui ha sempre inteso il suo operare come una missione, un mezzo per arricchire la conoscenza collettiva e per far maturare le coscienze, da cui era estraneo ogni calcolo di affermazione individualistica, di rivaleggiamento, di competitività.  

Non ho mai conosciuto un artista più di lui capace di tenere a bada la volontà di primeggiare (quel far convergere su di sé le energie e le risorse altrui annullando la presenza dei comprimari, così diffuso fra gli artisti). Il suo è stato invece un generoso dare, che metteva in mostra la capacità cooperativa al servizio della musica. 

Giorgio è stato un grande servitore della musica, trovando la motivazione in quello che la musica fondamentalmente è, dall’esecuzione alla ricezione, cioè la testimonianza di una realtà collettiva, un equilibrio non sempre facile di rapporti di interdipendenza, una repubblica dei suoni dove tutti sono necessari. Quello di oggi è un mondo in cui le gerarchie, le monarchie, sono apparentemente decadute, che sorprendentemente tuttavia risorgono in nuove forme di monarchie e di dittature mediatiche. Giorgio ha invece sempre dato l’esempio della democrazia in musica, in una continuità perfetta tra arte e vita. 

Egli esce di scena proprio quando la sua esperienza e la sua maturità hanno dimostrato di poter dare il massimo alla musica e alla Svizzera italiana in particolare. Con lui scompare una personalità che ha segnato un momento significativo di crescita della musica nel nostro paese, quando negli anni 60 una costellazione di giovani determinati si raccolse sotto l’egida della Gioventù musicale a scegliere il professionismo e soprattutto a promuovere il valore della musica non come sorella minore della cultura ma come figlia a pieno titolo.  

È stata la generazione di Rocco e Saskia Filippini, di Romana, Ruggero e Luciano Pezzani, di Chiara Banchini, di Dario Müller, di Luca Pfaff e Fabio Schaub, di Francesco Hoch e Luigi Quadranti, di Lorenzo Bianconi e anche (permettetemi l’immodestia) del sottoscritto. Lorenzo Bianconi, al quale ho comunicato la notizia della scomparsa dell’amico, mi ha risposto non solo ricordando significativamente l’”uomo delizioso, discreto, acuto” (queste sono le sue parole), ma anche “quella ‘Generazione del '61’, che a ripensarci adesso, fu -- senza averne l'aria – il vivaio di una fioritura di intelligenze e di talenti musicali che, nella retrospettiva, fa perfin tenerezza. 

Curioso sentimento: ‘scoprire’ a 60 anni suonati da un bel po' il bello  della propria gioventù, man mano che le foglie cadono, cadono...(avevano peraltro incominciato presto a cadere, col povero Fabio Schaub)”. In verità un destino crudele aveva prima ancora già falciato Don Fausto Bernasconi, promettente figura di musicista, fondatore della breve stagione del complesso d’archi della Gioventù musicale, formato al Pontificio Istituto di musica sacra di Milano e morto nel 1962 a soli 27 anni, la stessa età in cui nel 1975 scomparve Fabio Schaub, a cui è intitolata la biblioteca del nostro Conservatorio. 

Giorgio Bernasconi fu stimolato da tale clima nella decisione di iscriversi al Conservatorio di Milano dove si diplomò in corno, ma soprattutto nella successiva scelta di studiare composizione con Klaus Huber e direzione d’orchestra con Francis Travis presso l’Hoschschule für Musik di Friburgo in Brisgovia. Egli fu quindi tra i protagonisti del rinnovamento della coscienza musicale che determinò fra gli anni 60 e 70 l’apertura del Ticino alla “nuova musica”, che fino ad allora non era riuscita ad affermarsi in un ambiente in cui troppo a lungo ristagnava un tradizionalismo diffidente verso le spinte che venivano da fuori. 

L’ambiente milanese e quello tedesco gli aprirono orizzonti di ricerca in cui fondò la sua definitiva motivazione, soprattutto a partire dal 1976, quando assunse la direzione del “Gruppo Musica Insieme” di Cremona (succedendo a Fabio Schaub), un complesso specializzato nel repertorio moderno e contemporaneo affermatosi come uno dei più reputati in Italia.

Le numerosissime prime esecuzioni da esso garantite ne fecero un punto di riferimento nella diffusione dei messaggi radicali della musica, grazie al quale Giorgio Bernasconi si guadagnò una reputazione che gli aprì le porte di molte orchestre e di molte istituzioni concertistiche. Dal 1982 e per quasi vent’anni fu direttore principale dell’”Ensemble Contrechampe” di Ginevra. Fu anche direttore del Gruppo Oltre a Milano, a Parma dell’Accademia strumentale italiana a partire dal 1985, e dal 2008 responsabile di un progetto didattico presso l’Accademia del Teatro alla Scala a Milano, dove ha formato un ensemble specializzato nel repertorio del XX secolo, con cui aveva recentemente avviato una serie di concerti. 

Giorgio fu ben conscio dei valori rappresentati dal filone aureo dei seguaci della Seconda Scuola di Vienna, ma la sua disponibilità al nuovo ammettava anche altre tendenze. Questo avvenne anche grazie alla frequentazione di casa Berio a Milano negli anni 70, di Luciano evidentemente, ma soprattutto di Cathy Berberian (la consorte), grande e indimenticata figura di interprete, ricordata per la multiforme vocalità. Giorgio Bernasconi divenne il suo direttore di fiducia, accompagnandola regolarmente in concerti e in tournée nelle esibizioni originali e dissacranti di un’artista ancor oggi ricordata come uno degli interpreti più creativi della scena musicale nella seconda metà del secolo. Grazie alle numerose realizzazioni di questo sodalizio presso la RSI, il nostro pubblico ha avuto il privilegio di apprezzarne direttamente il valore.  

Essendo stato in quegli anni responsabile della musica alla nostra televisione posso vantarmi di avere realizzato con loro una serie di lavori significativi; tra questi “Façade” di William Walton, fino alla memorabile esecuzione di “Recital I (for Cathy)” di Luciano Berio che egli diresse nel 1982 in questo auditorio, tre mesi prima della prematura scomparsa della grande cantante. Grazie a Cathy Berberian aveva potuto penetrare l’estetica del teatro epico di Kurt Weill e di Bertolt Brecht.  

Poiché questo costituiva anche per me oggetto di grande interesse, l’8 dicembre 1980 proponemmo in pubblico al Padiglione Conza il dramma didattico “Colui che dice di sì” (edizione in italiano di “Der Jasager”) con la partecipazione di Daisy Lumini e Arturo Testa, e i cori riuniti delle Voci Bianche del Moesano e dei Cantori della Cime (in un’operazione non dissimile dalla sinergia locale promossa in questo ciclo “Novecento e presente”). 

Ma già due anni prima, il 7 settembre 1978 allestimmo alle Settimane musicali di Ascona “Happy End”, in una versione sintetizzata con 5 attori (tra cui Giancarlo  Zanetti e Milena Vikotic) e la cantante Gigliola Negri (grande promessa di quel genere di canto e scomparsa poco dopo a soli 35 anni). Si trattava della prima versione in italiano del lavoro che due anni dopo (il 30 novembre 1980) Giorgio Bernasconi riuscì a far mettere in scena a Milano nell’ambito di “Musica del nostro tempo” in versione integrale, sempre dirigendo il Gruppo  Musica Insieme di Cremona e con una ventina di attori della Scuola del Piccolo Teatro, istruiti per il canto da Cathy Berberian stessa. Oltre ad avere significato un momento importante come prima esecuzione italiana della commedia, in questo allestimento che portava la firma di Virginio Puecher per la regia, apparivano per la prima volta i nomi di Paolo Rossi e di Lucia Vasini (tanto per dire).  

Su Weill sarebbe tornato nel 1995 nella stagione dei nostri concerti pubblici radiofonici, con le musiche di scena per “Marie Galante” di Jacques Deval, del Weill francese quindi, approdata a un CD, alla prima versione integrale registrata di questo lavoro. Mentre il 1° aprile 2007 Giorgio riprese “Happy End” proprio in questa sede, facendolo diventare uno dei momenti più riusciti e significativi di questo stesso ciclo, unendo le risorse del Conservatorio a quelle sceniche della SUPSI. 

Grazie a queste aperture Giorgio Bernasconi non fu colto impreparato nel momento in cui si indebolì la forza esemplare delle tendenze che si richiamavano alla seconda Scuola di Vienna e si aprì la stagione relativistica del postmoderno. Egli fu un propugnatore convinto delle forme più avanzate della creazione, ma non per questo fu un artista di parte. Non coltivò le certezze ed amava il confronto. Detestava la rigidità che spesso attanaglia le scelte artistiche quando sono erette a religione. 

La sua visione pluralistica e la vasta conoscenza storica che la sorreggeva lo indussero nel 1999 a dar vita a “Novecento, passato e presente”, ciclo che mirava a mettere in evidenza la realtà musicale del secolo che ci sta alle spalle, non più decifrata in base ad inclusioni e ad esclusioni stabilendo gerarchie di merito, bensì riconosciuta nella sua molteplicità e complementarità di espressioni, in una dimostrativa lezione di tolleranza.  

Inteso come laboratorio con lo scopo di portare gli allievi selezionati del nostro Conservatorio dal primo approccio didattico fino all’esito concertistico, questo ciclo resta il lascito più esemplare e completo di una carriera generosamente spesa al servizio dell’arte e della conoscenza. 

Il concerto di questa sera, come tutti da lui concepito, collegando l’arte dei suoni all’arte della parola, il pulsare dell’arte performativa alla tecnica, scavalcando il confine tra un genere e l’altro, riflette esemplarmente la sua visione pluralistica, del fecondo incontro tra espressioni diverse.  

Purtroppo Giorgio Bernasconi non è più qui di persona a dirigerli. Ma egli resta vivo tra noi e lo resterà ancora se saremo capaci di mantenere vivo questo suo progetto, di crederci anche senza il suo diretto contributo, se non ci perderemo d’animo e sapremo proseguirlo e rinnovarlo. 

 

Lugano, 07/03/2010